22 anni fa: l’annuncio della clonazione della pecora Dolly

C’è stato un momento della mia infanzia (a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila per chi approdi solo ora su questo blog), in cui ho pensato che mi sarei potuto imbattere in un altro me. Tale e quale. Non so ancora come vivessi quell’idea all’epoca, ma ora mi affascinerebbe molto. Osservarmi, studiarmi, captare particolarità che magari non sono in grado di cogliere. Divertirmi nel notare come possa essere percepito dagli altri. Capire quanto le mie reazioni esterne possano coincidere con i miei stati d’animo interni: bravo a celare e a confondere, o fin troppo incline a tradire le reali percezioni?

Non mi sono però più posto il problema per molto tempo, fin quando non ho notato che oggi, il 22 febbraio di 22 anni fa, un laboratorio universitario-scientifico di Edimburgo annunciava il primo esito positivo di uno degli esperimenti più affascinanti e arditi: la clonazione di un essere vivente. Più precisamente, di un mammifero da una cellula somatica adulta. Il tentativo andato a buon fine era avvenuto il 5 luglio del 1996, poco più di sette mesi prima. Si trattava della pecora Dolly, un animale diventato iconico per quello che ha rappresentato. L’apertura di un orizzonte sterminato di possibilità, di risvolti scientifici ed etici. Di discussioni sulla valenza della vita. Non da meno in Italia, un Paese fortemente cristiano, cresciuto con la concezione del “generato, non creato”.

IL PROCESSO DI CLONAZIONE

Nel Roslin Institute presieduto da Ian Wilmut, il procedimento seguito consistette nel trasferimento di un nucleo cellulare di una pecora adulta all’interno di una cellula uovo non ancora del tutto sviluppata e privata del proprio nucleo originario. La cellula ibrida ottenuta venne stimolata da una scossa elettrica, in modo da attivare la divisione cellulare fuori da un organismo vivente. La prolificazione delle nuove cellule portò così alla blastocisti, una delle prime fasi dell’embrione: da lì si potette procedere con l’impianto nell’utero della madre surrogata, che poi condusse la gravidanza nei tempi canonici fino al concepimento di Dolly. In questa maniera, si dimostrò che era possibile clonare un essere vivente da una cellula adulta già specializzata, ossia facente parte di un tessuto preciso. Si dedusse così la capacità di queste cellule di tornare al loro stato originario, ossia quando sono multipotenti, in procinto di evolvere in qualsiasi tessuto. Non a caso, l’esperimento della clonazione di Dolly è stato sfruttato da diversi scienziati come punto di partenza per lo studio delle discusse cellule staminali (altra denominazione per indicare le cellule non specializzate). La possibilità di riprogrammare il nucleo di una cellula, ossia il patrimonio genetico in essa contenuto, come occasione di sviluppi terapeutici.

Dolly e il suo creatore principale, Ian Wilmut. Con un pelo molto meno curato.

LA VITA DI DOLLY

Durò meno dell’aspettativa media di una comune pecora. Sei anni e mezzo contro i consueti 11. Fu abbattuta nel febbraio del 2003 per alcuni problemi di artrite che si trascinava già dal 2001 e per il subentro di un tumore ai polmoni causato dal virus JSRV, molto comune negli ovini. Nelle indagini successive alla morte, si stabilì come la clonazione non fu una causa diretta del prematuro decesso. Probabilmente, il fatto di aver vissuto quasi sempre all’interno di una struttura chiusa, per motivi di sicurezza, ha inficiato le sue difese immunitarie. Dolly ha comunque avuto modo di prolungare la sua specie, essendosi accoppiata con un montone dal quale ebbe sei cuccioli d’agnello. Il suo nome lo si deve alla cantante country americana Dolly Parton per via di una presunta somiglianza vocale e per la prosperità della stessa, dal momento che la cellula clonata faceva parte dell’apparato mammario. Attualmente, è ancora possibile ammirare l’esemplare: si trova nel Museo Nazionale di Edimburgo, dove fu imbalsamata poco dopo la soppressione (si parla sempre della pecora eh, non della cantante).

Dolly Parton. Una donna, o qualunque altra persona, avrebbe mai potuto pensare nella sua vita di fungere da musa per il nome di una pecora clonata?

A CHE PUNTO SIAMO CON LA CLONAZIONE?

A suo tempo, dato l’enorme risalto dell’esperimento-Dolly, molte voci ipotizzarono il diffondersi della clonazione come pratica comune, anche per gli uomini. Una teoria che non ha trovato conferme nei successivi sviluppi scientifici, come un semplice dato è sufficiente a dimostrare: nello stesso istituto di Edimburgo, altri 276 tentativi di clonazione non sono andati a buon fine o non hanno avuto lunga durata. Lo stesso Wilmut si è spesso mostrato diffidente sull’eventuale abuso di questa pratica e nella sua traslazione in campo umano, menzionando l’eventuale alta incidenza di aborti spontanei o nascite con anormalità. La clonazione, ad ora, sembra trovare applicazione soprattutto in alcuni Stati dell’Estremo Oriente, sempre su campioni di mammiferi e per pratiche di studio. Esistono però dei casi in cui il metodo Dolly sembra in grado di fornire risultati curiosi e sorprendenti, dall’Argentina alla Cina. Particolarmente rilevante quest’ultimo episodio, risalente ad appena un mese fa, che ha visto il primo tentativo di clonazione di una specie di primati, termine scientifico con cui si indicano le scimmie. Non ci vogliono certo particolari conoscenze genetiche per capire come la strada si stia dirigendo verso un primo approccio alla clonazione umana.

I due macachi clonati in Cina

Vivremo abbastanza a lungo da assistere a un altro piccolo tassello di umanità in grado di superare sé stessa?

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