Un anno fa: l’insegnamento della morte di Davide Astori

Questo post sarebbe potuto, anzi, dovuto uscire ieri. Dal 4 marzo 2018 al 4 marzo 2019: anniversario puntuale della morte di Davide Astori. Con buona pace del ricordo elettorale, tanto poi il governo si sarebbe formato molto tempo dopo.

Nei giorni successivi però, alle analisi sul trionfo di populismi e sovranismi, si accompagnò un sentimento sincero di profonda commozione. Scatta spesso l’accusa, in epoca social, di esagerare col cordoglio in occasione delle “scomparse vip”. Attori, cantanti, politici, presentatori, non siamo ancora in grado di metabolizzare l’idea che la morte non tenga conto del grado di celebrità nello scegliere chi, quando e come colpire. Un sentimento forse infantile, ma per questo spontaneo, che ci coglie tutti e in tutte le età, a costo di esagerare con i post nella ricerca del like facile. Conseguenze di logiche da terzo millennio, ma la genuinità dei buoni sentimenti si lascia ancora preferire alla cinica volontà di vedere tutto come costruito e artificiale.

Almeno, con Davide Astori fu così. Le ore e i giorni, che seguirono il ritrovamento del suo corpo esanime nella stanza di un albergo di Udine, lasciarono una sensazione positiva, pur nella loro drammaticità. Il ricordo di un sentimento collettivo di unione, solidarietà, partecipazione sentita nel dolore. Dei calciatori innanzitutto, che mostrarono la sensibilità necessaria affinché il dramma non passasse inosservato. Partite tutte rinviate a data da destinarsi, senza certezze su quando recuperarle. Ci sarebbe poi stato il tempo di incastrarle nei calendari ingolfati della stagione primaverile. D’altronde, come non avvertire così vicina la morte di un collega? Qualcosa che induce a fermarti e a riflettere. Su quanto il destino possa giocarti un brutto scherzo nel momento in cui ti senti invincibile: capitano di una squadra importante, magari anche nel giro della Nazionale. Dover fare i conti con la precarietà dell’esistenza mentre ti poni una serie di obiettivi, a breve e lunga scadenza, di una carriera che dovrebbe finire solo quando lo decidi tu.

“No, noi non giochiamo, non ce la sentiamo”. Un grido univoco che da Udine passò a Genova, toccando anche Milano. E pazienza se il derby arriva solo due volte l’anno, perché la precedenza ce l’hanno le persone. Soprattutto se sono le protagoniste, quelle che fanno girare la ruota. Show must go on? Certo, ma senza calciatori sarebbe difficile. Rispetto, fratellanza, forse anche paura, perché essere sottoposti ad avanzati test medici ogni settimana rischia di non bastare. Sentimenti che non si esaurirono con il solo rinvio delle partite, ma emersero nel funerale, negli omaggi del turno successivo di campionato. Minuti di silenzio, immagini di repertorio, “Le rondini” di Lucio Dalla, giocatori che prendono un aereo privato da Londra nel cuore della notte per presentarsi in una piazza Santa Croce gremita. Piccoli gesti che sembrano dovuti da parte di chi ha tanto, ma banali non lo sono affatto.

E i tifosi, perché trascurarli? Se è scioccante la morte di un attore ritirato dagli schermi già da tempo, come deve essere non vedere più un idolo nel pieno della sua attività? Riferimenti che aiutano a scandire il tempo di settimana in settimana, ogni volta che scendono in campo. Persone che condizionano il nostro umore. Omaggiarne uno, in fin dei conti, ha significato omaggiare tutti gli altri. Così in quel 4 marzo 2018, ma anche il 5, il 6 e via discorrendo, tutti eravamo convinti di fare la cosa giusta, di provare qualcosa senza il timore di drammatizzarlo troppo.

Ed ecco perché non serve retrodatare a ieri questo pezzo. Non è la morte di Astori a dover essere ricordata, ma l’eredità che la sua scomparsa ci ha lasciato. Quella solidarietà che ha travalicato la geografia, il tifo, la nostra viziata insoddisfazione per una domenica senza calcio. Abbiamo pensato che fosse ingiusto, per la Fiorentina, per i suoi compagni di squadra, per la moglie e per la figlia. Ci siamo commossi.

Pensiamoci più spesso quando si augura tutto il male possibile a chi sbaglia un rigore e perde la partita, a chi gioca per l’altra squadra e simula, a chi viene minacciato nella sua intimità sui social, per strada, o sotto casa, perché si comporta come non dovrebbe. Perché poi il male possibile arriva. E colpisce anche noi.

Si può e si deve restare umani pur rimanendo tifosi. Come in quei giorni dopo il 4 marzo 2018, altrimenti la morte del prossimo Astori sembrerà solo una pantomima. Non disperdiamo l’insegnamento di una storia triste, ma che ha testimoniato il bello di uno sport spesso accusato per le sue derivazioni più pericolose.



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