On This Day: la Giornata della Memoria e le Pietre d’inciampo

Il 27 gennaio di ogni anno si celebra la Giornata della Memoria. La scelta della data non è casuale: 74 anni fa, le truppe sovietiche entrarono nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau scoprendo uno dei più grandi orrori della storia. In quello che è divenuto il simbolo della Shoah, è stata stimata una strage di 1.100.000 persone, la cui maggior parte, 960.000, di religione ebraica. Sulla tesi della razza ariana e sul genocidio di massa degli ebrei, perpetrati come missione umana e scientifica dal regime nazista (e anche, dal 1938 in poi, da quello fascista), si è detto e scritto molto: testimonianze dirette, studi, documentari, film. L’arte si è spesa per cercare di perpetuare il ricordo di quanto commesso e di quanto subito. Pagine e scene si sono rese indelebili nella storia, ma per la maggior parte dei casi hanno suscitato riflessioni circostanziate, limitate al tempo di una lettura o di una visione.

Dal 1992 però, l’intuizione di un artista tedesco, Gunter Demnig, ha permesso di fissare una traccia più duratura. Si tratta delle “Pietre d’inciampo”, dei piccoli blocchi di pietra coperti da una targa d’ottone che stanno colorando sempre di più le strade delle città europee. Le stesse città che, decenni fa, vissero il dramma della deportazione di intere comunità ebraiche dal loro tessuto sociale verso l’inumanità dei lager. Davanti le case a loro tempo private dei legittimi proprietari, il selciato è arricchito da questi sampietrini colorati che riportano un nome, un cognome, un anno, due date specifiche e un luogo. Il nome e il cognome appartengono alla persona che abitava lì prima di essere caricata su un vagone di un treno. L’anno è quello della nascita, mentre le date ricordano il giorno della deportazione e quello della morte, ovviamente se risultano noti. Il luogo indica il campo di sterminio dove si è consumata la triste sorte di una vita spezzata. Nella semplicità delle Pietre d’inciampo, sia nell’aspetto che nelle informazioni biografiche riportate, risiede un nobile scopo: ridare dignità umana a quelle persone che, giunte nei lager, erano private della loro identità, divenivano membri indifferenziati di una massa da eliminare. Li differenziava soltanto un numero, la matricola stampata sopra ogni divisa. Queste, invece, tutte uguali nel loro essere tristemente logore e anonime.

Un esempio di divisa indossata dai prigionieri dei campi di concentramento

Un nome e un cognome impressi nel terreno diventano così un parziale riscatto umano, un tentativo di scolpire in eterno quello che si doveva cancellare: l’esistenza di persone che, per un breve, ma lancinante periodo di tempo, erano credute immeritevoli di ogni diritto. Quello dell’abitazione, quello della vita, quello della propria individualità, segnato prima di tutto da chi siamo, da come ci chiamiamo, da come siamo conosciuti dagli altri.

In Europa le Pietre d’Inciampo si trovano in 24 Stati diversi. In Italia sono presenti in 95 comuni, sparsi in 12 regioni. Ovviamente, ad accoglierne di più è Roma, dove ne sono state poste 296. Nella capitale c’è sempre stata una forte comunità ebraica. Curioso pensare come, in una città in cui bisogna camminare sempre a testa alta per non lasciarsi sfuggire nessuna delle sue meraviglie, è bene qualche volta chinare il capo. Come nel quartiere Monti, a pochi passi dal Colosseo, uno dei più caratteristici e suggestivi della Città Eterna. In Via Madonna dei Monti, tra piante rampicanti, case e chiese di secoli fa e un murales di Totti nascosto, non si può fare a meno di guardare a terra. A Milano le prime sono state collocate nel gennaio del 2017. La prima in assoluto fu posta a Corso Magenta 55: lì abitava Alberto Segre, padre di Liliana, senatrice a vita e una delle poche superstiti dell’incubo dei campi, da lei vissuto proprio ad Auschwitz.

La prima Pietra d’inciampo di Milano

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