17 anni fa: il delitto di Cogne e la spettacolarizzazione della cronaca

Il primo decennio del 2000 ha offerto all’opinione pubblica una serie di casi di cronaca nera suscitanti molteplici e appassionanti dibattiti. Garlasco, Erba, Perugia, Novi Ligure, Brembate, Avetrana. Località poco note sono diventate all’improvviso più visibili sulla mappa d’Italia. Anzi, dei veri luoghi di culto, mete di pellegrinaggi da fans di Chi l’ha Visto, spettatori seriali di telegiornali e Porta a Porta. Perché un omicidio, per quanto turpe possa essere, ha il fascino della fiction, del libro giallo. Scoprire l’assassino, capirne le dinamiche, possibilmente anche il movente. Per non parlare della sindrome da giudizio e immedesimazione:

“Beh, in fondo se l’è cercata”.

“Forse, se fossi stata al suo posto, avrei agito uguale”.

“Che bestie! Devono marcire in galera”.

Espressioni che si presentano, di episodio in episodio, sulla bocca di tutti. Di fronte un dramma familiare, una serata tra giovani andata troppo oltre, un degenerante malinteso tra vicini. Nel novero di tutte le situazioni possibili, forse nessuno è in grado di eguagliare la forza d’impatto di un infanticidio, soprattutto se materno. Per questo, l’omicidio avvenuto 17 anni fa, il 31 gennaio del 2002, nel paese valdostano di Cogne, ha smosso la coscienza collettiva italiana, tenendola incollata per ore su televisori pieni di speciali, approfondimenti e aggiornamenti su Annamaria Franzoni. Fu lei, secondo la giustizia, a uccidere il piccolo Samuele Lorenzi, suo figlio di appena tre anni. 17 colpi scagliati con un oggetto mai trovato sulla testa del bambino.

La casa di Cogne della famiglia Franzoni-Lorenzi, uno dei primi, se non il primo, esemplare di plastico di Bruno Vespa

Se oggi, complice la sentenza ormai in giudicato, siamo certi della sua colpevolezza, i primi mesi del 2002 hanno diviso l’Italia nella più canonica delle opposizioni: innocentisti o colpevolisti? L’accettazione che una madre possa uccidere suo figlio, compromettere forse il più sacro dei legami, è un’idea che può attecchire con difficoltà. Eppure, le prove raccolte dagli inquirenti nel tempo non hanno lasciato più dubbi. Tracce di sangue e di sostanze celebrali sui vestiti della donna, una versione dei fatti stentata, a volte modificata e contraddittoria. Frasi capziose intercettate.

Un insieme di aspetti che ha catalizzato l’attenzione di italiani indagatori, pubblico giudicante quasi come in un reality, intrattenuto da una serie/romanzo sempre in atto. Puntate e capitoli elaborati ogni giorno e arricchiti dalla partecipazione della diretta interessata. L’eco mediatica del caso ha spesso spinto la Franzoni a sfruttare l’interesse morboso di pubblico e media per perorare la propria causa. Le sue apparizioni televisive sono state numerose, eccessive, tese a spiegare l’irragionevolezza della tesi che la vedeva colpevole. La trasformazione di una colpevole, o almeno di una presunta tale, di un’indagata in ogni caso, in star. Personaggio pubblico di rilievo e conteso da salotti in cerca di audience. C’è da chiedersi quanto questa sovraesposizione mediatica possa contribuire alla risoluzione delle indagini. Molto poco. L’obiettivo primario è la costruzione di una trama che abbia i suoi protagonisti e in cui si tenda a delineare tutti gli elementi di interesse: vittima, carnefice, le sue ragioni, la scena del crimine. La conseguenza di questo processo è la trasformazione di un indagato in membro ben integrato nello star system, concorrente di un reality reale in cui si parteggia o meno per la sua eliminazione/condanna.

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