105 anni fa: Henry Ford introduce la prima catena di montaggio

Nel 1913 Detroit aveva appena iniziato ad assumere le sembianze di una città industriale. Soltanto una decina di anni prima, Henry Ford aveva fondato l’azienda automobilistica che, ancora oggi, porta il suo nome. Nelle officine si lavorava con ingegno e solerzia, ma i tempi di lavoro non consentivano risultati immediati: 12 ore e mezza il tempo medio impiegato per portare a termine un esemplare completo di automobile. Decisamente troppo per chi si stava deliziando con la lettura dei “Principi di organizzazione scientifica del lavoro” di Frederick Taylor. Manuale dedito alla stesura dei cardini di una produzione industriale che mirasse al massimo risultato possibile, educando dirigenti e operai a una partecipazione condivisa e settata. 

Ford decise di mettere subito in pratica quelle letture, inaugurando il 1 dicembre del 1913 la prima catena di montaggio della storia. Un’intuizione rivoluzionaria che avrebbe dato l’impulso decisivo e desiderato allo sviluppo dell’industria. Alla base, innanzitutto, l’innovazione tecnologica, il nastro trasportatore attorno al quale gli operai avrebbero lavorato, ognuno al suo compito prestabilito, rispettando la miglior sequenza logica di realizzazione per ultimare il prodotto nella maniera più rapida possibile.  

Al centro del discorso, invece, la nuova figura nella quale veniva confinato l’operaio, diventando un semplice esecutore di gesti predeterminati. Un lavoratore che veniva spogliato delle proprie intuizioni, del suo spirito di iniziativa. L’inizio della progressiva perdita dell’artigianalità del lavoro in fabbrica. La divisione dei compiti di produzione in tempi rigidamente stabiliti era garanzia di un aumento sostanziale del numero finale di prodotti e consentiva all’operaio stesso un minor dispendio di energie e tempo. La minor fatica lasciava però spazio ai più complessi concetti di spersonalizzazione e alienazione, le cui spiegazioni teoriche aumentarono come i prototipi di Ford Model T, la Lizzie, che divenne la prima macchina di successo prodotta e diffusa in serie. 

La Ford Model T, nominata macchina del secolo nel 1999

Non solo i meriti, ma anche i disagi della nuova condizione operaia vennero subito portati alla luce. Indimenticabile il film Tempi Moderni con protagonista un sublime Charlie Chaplin, operaio dedito al restringimento dei bulloni in una catena di montaggio. Un’operazione talmente meccanica e ripetitiva da condurlo a una forma di pazzia mentale.  Anche in Italia l’identificazione ossessiva del soggetto lavoratore con il proprio lavoro trovò illustri interpreti, basti pensare ai Quaderni di Serafino Gubbio operatore di Luigi Pirandello. Non il suo romanzo più noto, ma in grado di restituire fedelmente la perdita di coscienza della persona di fronte la preponderanza del mezzo meccanico di lavoro, unico strumento di osservazione della realtà e scopo della vita. 

Quando anche i bottoni di una gonna arrivano a sembrarti dei bulloni da avvitare.

Fordismo, taylorismo, alienazione. Da un’invenzione, teorie affini e opposte che hanno dato vita a intensi dibattiti. L’esigenza dello sviluppo produttivo e del miglioramento tecnologico da un lato, l’appropriazione consapevole del lavoratore del suo operato e l’impossibilità di migliorare la propria condizione con la sua attività dall’altro. Capitalismo e socialismo, scuole di pensiero che sembrano ormai nascondersi 105 anni dopo, quando la catena di montaggio sta lasciando posto all’automazione assoluta e l’operaio teme più per la perdita del proprio lavoro che per la sua qualità. Eppure anche Detroit ha perso il suo smalto e forse, tra fabbriche che chiudono i battenti e licenziano a destra e manca, spera nella comparsa di un nuovo Henry Ford che possa risollevare la situazione. E al suo seguito, magari, di un nuovo Charlie Chaplin che ne sappia risaltare le contraddizioni con sorriso ed ironia. 

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